In occasione delle elezioni del 3 novembre 2020, oltre a eleggere il loro presidente, gli americani hanno votato per regolamentare la cannabis negli Stati dell’Arizona, del New Jersey, del Mississippi (uso medico), del Montana e del Dakota del Sud; si aggiungono così ai numerosi Stati del Paese in cui l’uso della cannabis è normalizzato da anni. Si tratta solo di una delle ultime vittorie della regolamentazione della cannabis in questo periodo, nel quale Paesi come il Canada, gran parte degli Stati Uniti, l’Uruguay, la Colombia, la Germania, Israele, il Messico, l’Argentina, l’Italia, il Libano o l’Ecuador, tra molti altri, hanno compiuto progressi nella normalizzazione della sostanza, a fini medici o ricreativi.
Una regolamentazione inevitabile
Ci muoviamo quindi in un contesto internazionale di regolamentazione della cannabis e di grandi progressi per i diritti e le libertà dei consumatori della pianta, in cui ogni giorno nuovi Paesi si aggiungono a un mercato promettente che, secondo le società finanziarie, vale miliardi di euro. Le previsioni più ottimistiche annunciano l’inizio della fine del mercato nero, la fine della sofferenza per i malati privati dell’accesso alla cannabis medica, migliaia di nuovi posti di lavoro grazie a una nuova industria e milioni di euro di gettito fiscale per le economie nazionali. Ci si potrebbe aspettare che un Paese come la Spagna, con condizioni ideali per la coltivazione della cannabis, oltre 4 milioni di consumatori abituali, vaste aree rurali bisognose di una nuova industria ecologica, e che è stato uno dei pionieri delle «associazioni cannabiche», si unisca a questa nuova ondata di normalizzazione legislativa. Eppure, mentre il resto del mondo avanza, il nostro Paese ha scelto di restare indietro, lontano dalle opportunità sociali ed economiche offerte dalla regolamentazione della cannabis. Negli ultimi anni le autorità hanno avviato un’incomprensibile repressione contro le associazioni cannabiche (enti senza scopo di lucro che mirano all’autoapprovvigionamento dei propri soci, evitando loro di ricorrere ai mercati informali), che ricorda le assurde retate del Proibizionismo negli Stati Uniti, fortunatamente superate. È frequente leggere sulla stampa notizie di interventi di polizia in un’associazione o in una coltivazione di cannabis in Spagna. Scorrendo i titoli dei media online, «intervento», «smantellamento», «sequestro» o «arresti» sono le parole più spesso associate alle notizie sulla cannabis.
Albert Tió, attivista cannabico
Uno dei casi più eclatanti in Catalogna e in Spagna è quello di Albert Tió, figura di spicco del movimento associativo e presidente della Federazione delle associazioni cannabiche autoregolate della Catalogna (FedCAC), una delle organizzazioni che, insieme alla Federazione catalana delle associazioni cannabiche (CatFAC), hanno promosso la legge sui club cannabici approvata dalla Catalogna nel 2017 e poi annullata dal Tribunale costituzionale. L’associazione cannabica «AIRAM», di cui Albert faceva parte del consiglio direttivo, è stata oggetto di un intervento di polizia e la coltivazione che riforniva i suoi soci è stata sequestrata. Successivamente è stato condannato dall’Audiencia Provincial di Barcellona, e la condanna è stata confermata dal Tribunale Supremo, che lo ha definitivamente condannato, insieme ad altri membri di AIRAM, per associazione illecita e reati contro la salute pubblica. 
La persecuzione delle associazioni cannabiche
Le Isole Baleari sono uno dei territori in cui questa persecuzione delle associazioni cannabiche si è fatta sentire di più. Di fronte alla proliferazione di questi enti nell’arcipelago e in assenza di certezza del diritto, la procura ha avviato azioni penali che si sono tradotte in oltre 25 interventi contro club cannabici a Maiorca e in oltre 50 arresti negli ultimi quattro anni. Questa persecuzione delle associazioni e dei club cannabici non è tuttavia una novità: già nell’agosto 2013 sono finiti nel mirino della Procura generale dello Stato, e a partire dal 2015 sono arrivate le prime decisioni del Tribunale Supremo, restrittive, proibizioniste e lontane dalla realtà sociale, in casi come «Ebers» a Bilbao, «Three Monkeys» a Barcellona o «Pannagh», dello storico attivista Martín Barriuso, anch’esso a Bilbao.
Le decisioni del Tribunale Supremo contro queste associazioni, inizialmente di condanna, sono talvolta sfociate in assoluzioni per errore di diritto inevitabile, ma il criterio del nostro sistema giudiziario non si è spostato di una virgola: l’attività dei club e delle associazioni cannabiche non rientra nel consumo condiviso e non è legale. Questi interventi hanno diffuso l’idea che dietro di essi si celi la volontà dei poteri pubblici di dare un esempio, al fine di frenare la regolamentazione e seminare lo sconcerto tra consumatori, attivisti e associazioni cannabiche. Ma il problema va oltre la questione delle libertà e dei diritti individuali. Più di recente, l’Osservatorio spagnolo della cannabis medica (OEDCM) chiedeva, durante il lockdown legato al Covid-19, una soluzione che consentisse ai consumatori medici delle associazioni cannabiche di accedere alla cannabis di cui questi pazienti hanno bisogno come di un bene essenziale per la loro vita quotidiana. L’assenza di regolamentazione di questi enti ha impedito ai pazienti di rifornirsi di cannabis durante lo stato di allarme, e chi vi è riuscito lo ha fatto con maggiori rischi e un notevole rincaro delle proprie terapie. Inoltre, numerosi soci lavoratori di questi club e associazioni, trovandosi in una situazione irregolare e privi di tutele, non hanno potuto accedere ad alcun aiuto statale né alla cassa integrazione (ERTE) dall’inizio della pandemia.
Quando arriverà una vera regolamentazione?
Nonostante le mozioni, le proposte non di legge e le iniziative legislative popolari presentate da diverse organizzazioni come Regulación Responsable, l’Osservatorio spagnolo della cannabis medica o la Confederazione delle associazioni cannabiche, tra le altre, per far avanzare la regolamentazione della cannabis, nessuna iniziativa si è tradotta in un cambiamento davvero significativo. Le associazioni e i club cannabici restano in una situazione giuridica molto sfavorevole, in cui il tempo non gioca a loro favore, in attesa di una regolamentazione auspicata e giusta, mentre si moltiplicano i Paesi che hanno deciso di sancire per legge ciò che è già una realtà sociale. 
Tutta la nostra solidarietà e tutto il nostro sostegno ad Albert e a tutte e tutti coloro che rischiano il carcere in attesa di un processo legato alla cannabis.
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