- La prestigiosa rivista Journal of Psychopharmacology pubblica i risultati di uno studio promettente condotto sui ratti.
- Lo studio mostra che dosi elevate di CBD riducono nettamente il consumo di metanfetamina e la ricaduta, anche se l’argomento merita di essere approfondito.
Un nuovo studio pubblicato sul Journal of Psychopharmacology, rivista medica specializzata, fornisce elementi che indicano che il cannabidiolo (CBD), un componente della cannabis privo di effetti psicoattivi, può inibire la motivazione a consumare metanfetamina, come dimostrato da esperimenti sui ratti. Questi risultati preliminari suggeriscono che la sostanza potrebbe essere utile per combattere la dipendenza da metanfetamina, diventata una delle droghe più consumate al mondo. 
I ricercatori hanno constatato che un trattamento con 80 mg/kg di cannabidiolo (CBD) riduceva la motivazione a consumare metanfetamina in ratti addestrati ad autosomministrarsi questo stimolante che crea dipendenza.
«Credo sia importante che la nostra società comprenda che la “cannabis medica” comprende un’ampia gamma di composti chimici presenti nella pianta di cannabis (marijuana), molti dei quali non sono psicoattivi (a differenza del delta-9-tetraidrocannabinolo, principale componente psicoattivo della marijuana), e che ciascuno può avere un’applicazione medica ancora da scoprire», ha dichiarato Jennifer Cornish a PsyPost. Questo studio ha mostrato che, in ambito preclinico, dosi elevate di CBD possono ridurre il consumo di metanfetamina e aiutare a evitare la ricaduta. «Saranno necessari molti altri studi prima di utilizzare il CBD nelle persone dipendenti dalla metanfetamina, ma questo studio costituisce un primo passo per comprendere l’utilità potenziale di un trattamento con CBD nella dipendenza da metanfetamina.» Come ogni ricerca, lo studio presenta dei limiti. «Le principali riserve riguardano il fatto che lo studio è stato condotto su roditori e con dosi elevate di CBD. Esiste tuttavia un’ampia sovrapposizione tra la neurobiologia del ratto e quella dell’essere umano, e gli studi preclinici come questo forniscono informazioni importanti sul possibile utilizzo di nuove molecole nei disturbi umani», ha spiegato Jennifer Cornish. «Sulla base di questi dati possiamo progettare nuovi esperimenti che consentiranno di misurare non solo l’efficacia del CBD come trattamento della dipendenza da metanfetamina, ma anche i meccanismi attraverso i quali può ridurne il consumo. Comprendendo questi meccanismi, potremo orientare la scoperta di terapie più mirate che agiranno come il CBD, ma a dosi terapeutiche più basse.»
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